Roma canaglia

Certe volte succede, come in un inquietante romanzo di Patricia Highsmith, che c’è “gente che bussa alla porta”, senza peraltro recare niente di buono. Ieri, a Roma, bisognava insieme guardare la porta e tener d’occhio la finestra. C’erano due personaggi arrivati nella capitale poco graditi e ripartiti (uno è già andato, l’altro sta per andare) pochissimo rimpianti: Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran, e Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Due tipi identicamente sgraditi, ugualmente sgradevoli, ma assolutamente diversi.
4 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 22:13 | 4 AGO 20
Immagine di Roma canaglia
Certe volte succede, come in un inquietante romanzo di Patricia Highsmith, che c’è “gente che bussa alla porta”, senza peraltro recare niente di buono. Ieri, a Roma, bisognava insieme guardare la porta e tener d’occhio la finestra. C’erano due personaggi arrivati nella capitale poco graditi e ripartiti (uno è già andato, l’altro sta per andare) pochissimo rimpianti: Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran, e Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Due tipi identicamente sgraditi, ugualmente sgradevoli, ma assolutamente diversi. Il primo è a suo modo un leader del mondo attuale, insieme arcaico e di moderna paura: quando minaccia, le sue minacce sono reali. Il secondo, un fantasma avanzato delle satrapie africane, un cattivo da film genere “I quattro dell’oca selvaggia”: pare sempre di vedere dalle sue parti l’ombra di Richard Burton o di Michael Caine. E’ stato tutto un diplomatico fuggi fuggi per evitare ora d’incontrare uno, ora di stringere la mano all’altro. S’intende: le convenzioni della diplomazia sono sacrosante, ma inevitabilmente evocative di certi personaggi di Petrolini, così a lasciare il segno è stato soprattutto lo stupore che ha accolto gli indesiderati al loro arrivo (a parte quelli del Tg1, che mentre Ahmadinejad parlava in diretta erano presi dal racconto della contestazione di due o tre campesiños). Il presidente iraniano sa come colpire la fantasia di chi guarda: quel tremendo vestito, di tremendo taglio e di tremendo colore, che lo fa immediatamente identificabile e lo rende immediatamente irraggiungibile. Quell’altro, Mugabe, è solo la macchietta del feroce dittatore africano: con il grottesco abito di alta sartoria, la camicia impossibile, s’immaginano pure scarpe di cuoio da migliaia di sterline (le scarpe di cuoio, chissà perché, vanno quotate in sterline). Persino “un pullman per la corte”: roba da pernacchie per tutto il percorso dal Colosseo all’aeroporto. Come ha detto un diplomatico inglese, Malloch Brown, “invitare Mugabe alla Fao è come invitare Pol Pot a un summit sui diritti umani”. Una giornataccia, sotto il sole (scarso) di Roma. Far finta di essere cortesi, come far finta di essere sani, per dirla con Gaber, alla fine duole. Con più piglio, e meno svenevolezze, avrebbe gratificato fare come Pio XI quando nel ’38 venne a Roma, tirandosi dietro la svastica, Hitler: siccome “c’è una croce che non è quella di Cristo”, il Papa fece serrare il Vaticano, non salutò nessuno e se ne andò a Castelgandolfo, finché il nazista non ripartì per Berlino. Non si poteva fare: peccato. E dunque ci si limita a non invitare a cena gli ospiti più imbarazzanti, a passare con cautela lungo i corridoi, a scrutare ansiosi le toilette, a non dire piuttosto che a dire. Più o meno regolandosi come il grande Marx (Groucho, però): “Non dimentico mai una faccia, ma nel vostro caso farò un’eccezione”. Però lui lo diceva per ridere.